Riapertura Navigli di Milano: “8 km per navigare fino a Venezia” [MAPPE / FOTO]

Navigli di Milano prima della copertura

Milano, 19 aprile 2018 – “Riaprire 8 chilometri di Navigli per farne funzionare 140”. E’ questa l’idea dell’Associazione riaprire i Navigli, un progetto illustrato l’altro giorno dal presidente Roberto Biscardini per una “via navigabile da Novate Mezzola a Venezia” in occasione di Informa Navigli all’università Iulm.

Riapertura Navigli di Milano: il percorso

Secondo l’architetto, ex consigliere comunale di Milano, il “Passante” d’acqua dovrebbe partire dalla Cassina de Pomm, percorrere via Melchiorre Gioia, fino ai bastioni di Porta Nuova, via San Marco, Fatebenefratelli, San Damiano, Francesco Sforza, Molino delle Armi, Conca del Naviglio e poi Darsena. Un piano che implica la navigabilità e un’immagine del territorio e del futuro di Milano, diverso dallo studio di fattibilità presentato dal Politecnico al Comune “dove viene proposta l’apertura parziale in cinque segmenti scollegati fra loro, almeno in un primo momento”. “Non ci interessa un progetto ‘pittoresco’ – ha spiegato citando il compianto Gillo Dorfles -. Ma che implichi una nuova idea di futuro. Non sarà un restauro antiquario dei navigli del passato, ma andranno riletti in maniera moderna”. (CLICCA nel riquadro sottostante per vedere LA MAPPA nel dettaglio).

Fra i primi lavori, come primo lotto, ci sarebbe il tratto in via Melchiorre Gioia, 2,5 chilometri, effettuando la separazione fra le acque sporche e torrentizie del Seveso da quelle pulite della Martesana provenienti dall’Adda, che attualmente vengono mischiate per poi essere deviate nel Redefossi. Da qui, la sofferenza dei quartieri che periodicamente si allagano in caso di forti piogge “ma le vasche di laminazione a nord resteranno necessarie”. 

Riapertura Navigli di Milano: un’idea moderna di futuro

Come erano i Navigli di Milano
Lavandaie al lavoro sulla sponda di un naviglio

La riapertura dei navigli si sposerebbe con un nuovo marketing del territorio, stimolando il turismo sostenibile, attività commerciali e intrattenimento lungo il canale, ridefinendo un paesaggio urbano ora dominato dalle automobili, valorizzando suggestivi angoli sottoutilizzati come via Marina, ad esempio. In una vision di progetto ormai proiettata al 2050 in cui “si troverà un diverso modo di amministrare la mobilità”. Una linea verde-blu, una specie di museo all’aperto in grado di collegare i parchi da piazza Cavour arrivando in Guastalla e al giardino delle Basiliche, che verrebbe in pratica “unificato”. Se una volta dunque l’idea di futuro era collegata alla velocità, all’efficienza, ora viene ridefinita e gli stessi immobili potrebbero avere una rivalutazione. “Milano era una industriale, è stata terziaria: può essere ora naturale?”, si chiede Vito Radaelli, architetto del Politecnico. Dati tecnici alla mano, la portata dell’acqua sarebbe tra i 2 e 4 metri cubi al secondo, la quota dal pelo della acqua e la parte bassa degli attraversamenti tra 2 e 2,5 metri per consentire il passaggio delle barche. Il battente (la profondità dell’acqua) fra 1,2 e 1,5 metri. “Cosa insegna l’esperienza di Floating piers? Il paesaggio e il territorio se pensati bene generano economia – spiega Redaelli -. Milano città d’acqua è coerente con i valori storici di Expo“. (CLICCA sulle singole foto per ingrandirle)

Riapertura Navigli di Milano: le date

1929-1960: chiusura dei navigli
2011: Referendum comunale consultivo.
2012: nasce associazione Riaprire i Navigli
giugno 2013: Il Comune incarica il Politecnico di svolgere uno studio di fattiblità
2016: Sala si candida sindaco, nel programma si parla del progetto
4 aprile 2017: mozione approvata dal consiglio regionale
15 aprile 2018: la giunta Sala opta per il debat public in 4 fasi al posto del referendum sul progetto

Navigli di Milano: perché furono chiusi? 

Lavori di copertura del Naviglio
Operai al lavoro per posare le opere

I navigli di Milano non furono chiusi per ragioni igieniche, ma per preminenti ragioni immobiliari, spiega l’Associazione. Era infatti frequente vedere bagnanti, lavandaie e anziani pescare magari in via Senato. In effetti nel 1876 una commissione di igienisti parlava di “sopprimere” i Navigli. Vi era un problema di pulizia fino al 1890, quando la rete fognaria fu sistemata. Nel 1884 il piano regolatore di Milano, Piano Beruto, introduce l’argomento della chiusura dei Navigli ma soprattutto per ragioni di carattere urbanistico. Si aggiunsero poi questioni ideologiche, collegate a un’idea di futurismo e velocità, la modernità invocata dal fascismo. A supporto di questo, molta propaganda sul rischio di suicidi e incidenti (CLICCA sul riquadro sottostante per vedere la MAPPA di com’era Milano nel 1860 e come potrebbe essere in futuro).

Nel 1929 l’ingegner Codara, responsabile dell’ufficio tecnico del Comune afferma che: “Milano non poteva più tollerare il luridume scoperto di quelle acque malsane, per lasciare navigare il lento barcone: attendeva una grande strada dalla soppressione della Fossa Interna, grande strada, larga, ben tenuta, perfetta pel suo traffico ingente e crescente”. In realtà, secondo l’associazione Riaprire i navigli, l’acqua era già sostanzialmente pulita.

Secondo la ricercatrice francese Alice Ingold i milanesi non difesero i loro Navigli. Anche i pochi che si opponevano pensavano che il mantenimento di tutti i canali fosse impossibile e premevano per conservarne solo alcuni tratti, solo Carlo Carrà votò contro in Commissione Edilizia.  La Ingold, ricostruendo l’attività dei comitati pro-copertura costituiti da ingegneri e proprietari immobiliari, sottolinea quanto insistessero sui vantaggi finanziari dell’operazione rispetto ad altri possibili sventramenti per nuove arterie stradali.

I Navigli di Milano, come erano
A pesca nel Naviglio, l’acqua non era sporca

Inoltre il regime offrì la possibilità di costruire in fregio alla nuova strada, trasformando i giardini e i fabbricati commerciali esistenti, comprese le “sciostre, magazzini per legno, marmo e carbone che arrivavano lungo il canale sui barconi. Di questo resta un ricordo anche nella toponomastica, come dimostra via Terraggio. Ingold lo definisce impietosamente come un “fallimento della comunità urbana di difendere l’immagine simbolica della città”. “Il fatto è che questa immagine simbolica non era percepita. Ed è questo il punto: il sistema dei Navigli non era visto allora come elemento costitutivo della città, … ma sotto il mero aspetto patrimoniale”, spiega l’Associazione. Così, l’ultimo barcone fu quello che portava i rotoli di carta al Corriere della Sera, approdato al Tumbun de San Marc.
Daniele Monaco
daniele.monaco@polismedia.it