Start up, Dattoli: “Il fallimento? Importante per il successo”

Davide Dattoli, fondatore di Talent Garden

Milano, 4 aprile 2018 – “In Italia è difficile parlare di fallimento. È un pregio e un difetto al tempo stesso. Piuttosto si va in crisi prima di risollevarsi con successo. Ma la strada per il successo è un’altra”. È il Davide Dattoli-pensiero, quello di un 27enne bresciano che dopo aver fondato Talent Garden nel 2011 ora si appresta ad aprire nel gennaio 2019 l’Hub dell’Innovazione Italiana a San Francisco. Un ponte tricolore a un passo dalla Silicon Valley in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti. Non solo. Nel “risiko” dei campus, TaG sta entrando con decisione anche sia Nord Europa, acquisendo il 51% di Rainmaker Loft, quattro coworking a Copenhagen, sia in Irlanda, in partnership con la Dublin City University. Grandi passi di una carriera già intensa iniziata a 18 anni che tra inciampi e gratificazioni lo ha portato a radunare sotto le proprie insegne 23 campus in 18 città di otto paesi europei, di cui 15 strutture in ItaliaSenza contare Albania, Austria, Romania, Spagna e Lituania.

Talent Garden: cos’è e suoi sostenitori

Davide Dattoli Ceo Talent Garden
Davide Dattoli Ceo Talent Garden

Spazi di coworking e formazione nati in realtà da un bisogno molto personale. “Siamo l’ecosistema di cui io stesso avevo bisogno – spiega Dattoli -. In Italia c’è molto talento, ma disperso. Un laureato va al bar e trova quotidiani sportivi da leggere. In Talent Garden invece, con la scusa di affittare una scrivania cresci perché sei immerso in un ambiente frequentato da giovani che hanno nuove idee per il mondo del digitale”. Impressionanti i numeri di Tag: 3.500 talenti lavorano nei vari campus (ben 1000 nella sola Copenhagen), con 235 aziende all’interno. Un luogo dove fiorisce anche la cultura del digitale, con percorsi di formazione dedicati all’innovazione digitale e persino una collana di libri (TAG Master).

A oggi Talent Garden è finanziata dagli americani di 500 Startup, il più grande incubatore al mondo basato a San Francisco e diretto da Dave McClure, ed Endeavor Catalyst, tra i cui partner figura Reid Hoffman, founder di LinkedIn. Nonché Tamburi Investment Partner che ha raccolto, intorno a un team di ormai 100 persone, finanziatori del calibro di Dompé, Angelini, Ferrero Acciai. E pensare che tutto era iniziato con l’appoggio di un ex imprenditore del bresciano. “Ho la convinzione che in Italia ci siano delle famiglie, piccoli imprenditori locali che hanno fatto impresa e credono nel reinvestire il proprio capitale per farlo fruttare nuovamente. Non pensano solo a godersi la casa al mare o la macchina nuova. Noi abbiamo iniziato così”.

Talent Garden, Dattoli: “Ecco la mia storia”

Dattoli, in Italia è difficile parlare di ‘fallimento’?
“Sì, in Italia abbiamo talmente paura di parlarne che ci lasciamo scivolare verso il baratro aspettando un momento di grossa crisi per risollevarci. Solo quando vedono l’eventualità di un disastro gli italiani corrono e si agitano. Nel 90% dei casi ce la facciamo e per questo siamo considerati all’estero. Ma quando accade il contrario è un vero disastro. Questo approccio può funzionare nel 99 per cento dei casi nelle piccole aziende. Ma in una grande no”. (LEGGI – Start up, Dattoli: 7 consigli per lanciare un progetto)

Qual è l’errore più comune nel lancio di nuove iniziative?
“A Mountain View, durante una visita a Facebook, ci hanno fatto notare che le grandi aziende europee pensano per mesi a un progetto. Dopo 36 o 48 mesi danno il via e a quel punto deve funzionare per forza. Inizi a sgomitare, ma questo porta al fallimento, perché ormai chiudere quel progetto è impossibile dopo aver speso tante energie a pianificarlo”.

Quale sarebbe un esempio virtuoso?
“Facebook implementa ogni settimana 2mila nuove funzioni per campioni di 10mila utenti. Solo l’1% verrà implementato. E’ un esempio di come si debba lavorare di tattica non piuttosto nel pianificare”.

Come capire qual è un’idea giusta?
“Non devo pensare che l’idea sia giusta, ma partire in concreto e chiedermi: “come faccio a dimostrarla?” Non serve tanto capitale, ma è più importante testare, lanciare idee. È tutto incrementale. Molti si fermano ma è lo stesso meccanismo quando impari una lingua. Non sapevo che Talent Garden fosse un’idea giusta, ma solo che ne avevo bisogno io stesso e che era un target più grande di me stesso”.

Ci sono stati dei brutti colpi nella sua carriera?
“Tre mega ganci, altrettante lezioni. La prima, quando nel 2008 aprii una viral farm con due amici, per lo sviluppo di app. Eravamo arrivati a contare 15 persone nel team in un anno e mezzo, ma ci siamo resi conto di avere visioni del futuro totalmente diverse. Abbiamo lasciato tutto. Prima eravamo pieni di visioni, ideali e amicizia, uscire da un’iniziativa che hai fondato è una delle cose che fanno più male. Il giorno dopo fai fatica a parlare e relazionarti con quelle persone. Da lì’ ho imparato che è importante allinearsi sulle direzioni fra 5 anni e a lungo termine”.

Finita lì?
“Nient’affatto. Il secondo gancio è arrivato all’inizio di Talent Garden, quando ho imparato che investire soldi e fare impresa implica una responsabilità. Costruire un progetto che impatta sulla vita delle persone. A 21 anni ho incontrato un imprenditore che veniva dal settore tondini e padelle. Aveva 70 anni, nel ‘94 si era innamorato di internet. Pensavo fosse un finanziatore ma mi disse che in realtà non avrebbe messo un euro in più di quanto non ci avessi messo io. Fu un aiuto, ma anche una bella lezione”.

La terza?
“Trovare porte chiuse ti aiuta a lavorare in modo diverso per trovare i partner giusti. Quando ci siamo presentati al Comune di Brescia ci hanno scambiato per un centro sociale. Poi Brescia ci ha capito, ma senza quel no non saremmo mai riusciti ad arrivare al Comune di New York, che in un contest internazionale ci ha indicato come una delle 5 startup più innovative per riqualificare Lower Manhattan. Un caso analogo è capitato quando ci siamo rivolti a Endeavour che selezionava imprese a Madrid, venendo bocciati. Eppure eravamo in crescita da 18 mesi per business, fatturato, clienti. Tuttavia, Tag era piaciuta lo stesso e 4 mesi dopo ci hanno richiamato per partecipare a un contest internazionale a bali. L’azienda funzionava perché ci abbiamo creduto, tanto che ci hanno rimesso in gara persino in un posto più bello”.

E ora un salto nel Nord Europa…
“La joint venture con Rainmaking ci permette di sviluppare sinergie anche con Startupbootcamp (acceleratore di startup danese, nda), di connettere i nostri partner corporate con Rainmaking Innovation e la nostra community con un’area che vanta storie di successo come Skype e Spotify. Rainmaking Loft ha giocato un ruolo chiave in questo processo di sviluppo tecnologico e digitale”.

Insomma, qual è la conclusione di tutto questo?
“I fallimenti sono passaggi importanti, la vera sfida la vinciamo sul mercato portando idee e sogni. La stessa idea di attribuirsi responsabilità è negativa e non serve, molto meglio analizzare il fatto in sé. Mi piace ricordare un esempio di Thomas Alva Edison. Prima di inventare la lampadina ha fatto 5mila tentativi diversi, la lampadina giusta ha cambiato il mondo”.

Lei sfata il mito che ai giovani non viene dato spazio o credibilità?
“Credo in realtà che sia il contrario, spesso ti aprono le porte perché sei giovane. Credo nella meritocrazia se porti un progetto di valore devi essere ascoltato. I giovani hanno un capitale ed è il credito sulle idee che gli viene concesso. Poi ci sono sempre le eccezioni Jack Ma di Alibaba, ha aperto a 40 anni una grande compagnia ed è fra i più ricchi del mondo”.
Daniele Monaco
daniele.monaco@polismedia.it